Diciamo pure che non era questo il post che avevo in mente di scrivere.. ma la situazione ha preso una piega inaspettata e sono stata mio malgrado costretta a seguire il corso degli eventi.
Dopo 14 mesi ho avuto un altro ascesso ad un dente del giudizio. Come al solito ho iniziato a star male durante il weekend.. quindi il dentista ha potuto visitarmi soltanto lunedì e mi sono stati prescritti antibiotici che finirò di assumere domattina. Ora va decisamente meglio ma ho passato giorni terribili.. e visto che non ci facciamo mancare nulla, lunedì mi è pure venuto il ciclo. Adesso ho appuntamento dal dentista venerdì per una panoramica e poi decideremo quando estrarre il maledetto dente..
Sabato scorso non riuscivo nemmeno a pensare ad oggi; lo so, sono tragica ma ho trascorso due giorni a letto, abbandonata a me stessa, agonizzante, con antidolorifici il cui effetto durava sì e no 3 ore. Non so se avete mai avuto a che fare con un ascesso dentale.. beh non lo auguro a nessuno. La facilità con cui mi lascio abbattere dalle circostanze avverse poi di certo non mi aiuta nei momenti peggiori.. mi sono fatta coraggio con le parole delle poche persone che tengono a me e mi sono data all’ascolto spasmodico del nuovo singolo dei BTS, che ha lenito le mie sofferenze.
Sono contenta stare meglio fisicamente ma sento un’irrequietezza strana agitarmisi dentro e non so come impedire a queste sensazioni di tornare a stravolgermi.

 

 

No, non mi sono scordata di avere un blog; ho solo optato per la scrittura privata, su carta, in quest’ultimo mese e mezzo.. traendone per altro beneficio come non accadeva da anni; così tanto beneficio che tornare qui ad esprimermi premendo le dita su una tastiera mi appare arido e riduttivo. Ma non voglio far appassire questo luogo. Si merita di venir rispolverato ogni tanto.
Mentre ero occupata a scrivere su pagine colorate, contornate da cornicette, mi sono data alla lettura di blog altrui; ho sete di vite che non siano la mia. Ho bisogno di riempirmi la testa di parole e pensieri che non siano i miei ma nei quali possa -ma non necessariamente- ritrovarmi. Ora però tocca a me occupare il posto di chi scrive. Ma noto una certa fatica nel portare avanti il discorso..

Ho potuto appurare, in anni di scrittura, come io tenda inesorabilmente a girare intorno al punto centrale del discorso invece di esporlo nudo e crudo. Sono un satellite che orbita intorno al suo pianeta. Lo sto facendo anche adesso; perché mai prenderla larga e usare giri di parole infiniti? Incipit interminabili che non portano mai al nocciolo della questione. Non posso semplicemente dire che sto male e spiegarne i motivi? Cos’ho ancora da nascondere a me stessa, ormai? Che poi non è una bella sensazione chiudere il diario o la pagina del blog dopo aver tergiversato con i miei pensieri ed essere praticamente al punto di partenza. Tuttavia.. è proprio ciò che accade. Come si spezza la catena?

Vedrò di fare ammenda.

Un augurio a tutti quelli che sono fermamente convinti che comunque la vita va avanti e cambia, si cambia, si può fare. Complimenti vivissimi –vi faccio pure un applauso, sentite?– Quasi vi invidio, mannaggia a voi. Con i vostri bei propositi e le belle frasi! Però se non vi dispiace andatelo a raccontare a qualcun altro, che a me avete rotto il cazzo, come tutte queste feste. Come tutta questa farsa di vita, oserei dire. Ché se dovessi mettermi qui a sciorinare in che stato di putrefazione versa il mio cervello, forse avreste pietà di me e dei miei nervi ballerini che tanto vi infastidiscono.

Giusto 2 giorni che sono tornata qui.
48 ore.
Non so nemmeno come esternarle queste cose che sento.
Se solo riuscissi a guardarmi allo specchio senza vacillare. Fino a che punto ci si può auto-illudere? Di certo sarà successo a molti.. Quella scomoda consapevolezza che si forma alla base della gola, sul petto all’altezza del cuore o al centro dello stomaco.

Sto sbagliando tutto

Ora capisco tante cose.
Se poi non si ha il coraggio di essere sinceri con sé stessi, il gioco è fatto. Puoi solo tirare la corda, finché tiene. Puoi solo far finta che in fondo vada bene così.
Potrebbe andare peggio. Devo accontentarmi.
E se poi non sarò felice?
Ma chi ci crede più alla felicità. Si vive come si può. Ci si fa andare bene quello che si ha perché metti che poi perdi anche quel poco (di buono) che ti è capitato. Cristo, poi sì che mi dovrei solo lasciar morire.

Io, semplicemente, non lo so cosa voglio.
Non so nemmeno cosa non voglio.
Che è un po’ come dire “succeda quel che succeda..”.

Non lo so se è la fatica a farmi parlare così. Vorrei avere almeno un punto fermo in tutto ‘sto casino. In queste ultime due settimane ho fatto cose ma allo stesso tempo ho evitato di farne tante altre, dove possibile. Non credo che lo sforzo sia arrivato a destinazione. Non credo che qualcuno lo abbia colto, oltre a me. Ma del resto soltanto io ho conoscenza dell’eterno combattere contro me stessa.

 

 

많은 걸 포기한 듯한 눈빛
You look like you gave up on a lot of things
하지만 들려 무언의 외침
But I hear your silent scream

Maybe I can never fly

Per farla breve, ho perso pure quell’unico misero lavoro che poteva consentirmi una piccola entrata. Non che non me lo aspettassi; diciamo solo che la dinamica l’avevo immaginata diversa. Che poi alla fine è meglio così, niente tempo da perdere a tergiversare. Peccato che se prima ero in ansia, adesso dall’ansia ci muoio.
Ho una valigia sgangherata da riempire e ancora non l’ho fatto perché tento invano di ritardare il momento della partenza (sì, i motivi li sappiamo tutti -meglio restare fermi se abbiamo troppa paura di ciò che dovremo affrontare-). Ma poi mi basta pensare che non sentirò più certe voci, non vedrò certa gente e allora mi dico che finalmente sto muovendo i primi (?) passi per lasciarmi alle spalle questo posto e queste persone (che di certo bene non mi hanno fatto/fanno) e un pò mi sento meglio.
Ultimamente non sopporto nemmeno più la mia stanza. La osservo ma provo solo un senso di estraniazione. Non è più il piccolo rifugio, è l’ennesima gabbia. In questi giorni lo sguardo si posa su oggetti che mi circondano da quando sono nata e mi chiedo con una punta di terrore se finalmente riuscirò a cambiare scenografia. È anche per questo motivo che ho il panico se penso che potrei essere obbligata a tornare qui, se  non andrà bene e non mi vorrà nessuno. In fin dei conti è questa la cosa più spaventosa: essere costretta a ritornare. Credo poter affrontare tutto, ma non quello.

Ho 25 anni e me ne sento addosso 80. È come se stessi vivendo dal triplo del tempo ma mi sento anche come se non ci fosse stato niente finora. Come se fossi sospesa in un momento indefinito, privo della dimensione temporale. Ci sono io, un puntino, e prima di me, il nulla. È perché sono rimasta immobile per troppi anni? È come se i ricordi che ho non fossero i miei ma quelli di un’altra persona. Mi sento un’estranea. Mi sento incapace di tutto. Vorrei avere la possibilitá di provare di nuovo certe cose. Ma dentro, sento quel pensiero che si insinua.. mi chiede se non sia troppo tardi, con tutto il tempo che ho già sprecato. Sono in grado di costruirmi una vita? Una vita che mi appartenga e che non voglio buttare. Ha ancora senso?

Ho paura.

Riordino e svuoto camera perché non posso svuotare me e non c’è verso di “riordinarmi”. Afferro oggetti vecchi di anni e me ne libero perché “è tutto troppo”. In poco tempo ho collezionato una piramide di cianfrusaglie che getteró nell’immondizia. Elimino cose materiali per eliminare il peso di quelle astratte che mi gravano addosso. Se potessi butterei tutto, ogni singola cosa. Questa stanza dovrebbe restare vuota come lo sono io. Voglio staccarmi da tutto. Io non sono la persona che si manifesta in queste quattro mura. Queste mura non mi appartengono. Questo luogo è solo “un posto”, non è casa. Non lo è da più di un decennio ormai e non potrà tornare ad esserlo. Quindi smantello camera mia per farmi coraggio. Per fingere che nel minor tempo possibile potrò allontanarmi da qui senza dovermi portare dietro qualcosa. Per ricordarmi che non avrò bisogno di nulla, soltanto delle mie gambe. E basteranno quelle insieme ad una valigia vuota perché qui non mi è rimasto più niente che valga la pena serbare con me.